Nel luglio del 1944 l’Ospedale di Pietrasanta venne spostato qui, nei capannoni della miniera Edem di Valdicastello, a seguito dell’ordine di sfollamento emanato dal comando S.S. per larga parte del territorio versiliese. L’ordine indicava come “zona bianca” (cioè sicura per i rifugiati) l’area dei paesi di Valdicastello, Capezzano Monte e Sant'Anna, e per questo si riversarono in queste zone migliaia di civili in fuga, in attesa dell’avanzata degli Alleati, in quei giorni attestati sulla linea del fiume Arno.
A Valdicastello la situazione divenne ben presto drammatica, con la presenza di circa ventimila persone sfollate, in larga parte mancanti di ogni genere di prima necessità. I sacerdoti Don Libero Raglianti, parroco di Valdicastello, e il chierico salesiano Renzo Tognetti, entrambi militanti nella Resistenza, organizzarono l’accoglienza e una rete di solidarietà: i malati e i feriti furono ricoverati nell’ “ospedale” provvisorio, dove, per quanto possibile, venne data loro assistenza.
Entrambi i sacerdoti vennero poi arrestati dalle S.S., torturati e infine fucilati.
L’ospedale di Pietrasanta ritornerà nella sua sede originaria solo dopo il 19 settembre 1944, giorno della liberazione della cittadina, rientrando in funzione nel mese successivo.
A Libero Raglianti nel 1964 verrà conferita la Medaglia d’oro al merito civile, a Renzo Tognetti quella d’argento nel 2003.
L’opera è stata realizzata da Eleonora Francione, che spiega: “Con essa ho voluto rendere omaggio a Mario Marsili, simbolo e testimonianza vivente di quella tragedia. Ancora bambino, riuscì a salvarsi grazie al coraggio straordinario della madre, che lo nascose dietro la porta della stalla. Ferita dai soldati tedeschi e temendo che il figlio venisse scoperto, attirò su di sé l’attenzione dei carnefici lanciando contro di loro uno zoccolo. Da quella dolorosa esperienza nacque in Mario Marsili un profondo impegno civile: infatti ha dedicato la propria vita a custodire e trasmettere la memoria dell’eccidio, soprattutto alle nuove generazioni, affinché simili atrocità non possano mai più ripetersi. Nel bassorilievo, la grande mano simboleggia gli adulti che lo soccorsero e lo portarono all’ospedale di Val di Castello, dove ricevette le prime cure. La schiena segnata dalle ustioni, le bende che lentamente si sciolgono e lasciano spazio alla vita, diventano immagini potenti di dolore, salvezza e rinascita.”
